Volendo offrire un quadro storico sulla nascita e lo sviluppo della pomologia, che
aiutasse a collocare le varie opere citate nelle schede pomologiche e i rispettivi
autori, abbiamo pensato di riportare la carrellata storica tracciato da Girolamo
Molon nella
prefazione del suo Buone frutta. Studi di fitografia e di tassonomia
pomologica, Conegliano 1890 (pp. VI-XVII).
Egli ci offre una miniera di informazioni sui diversi
lavori portati a termine in tutta Europa per descrivere le varietà di piante da
frutta.
In futuro cercheremo di approfondire qualche aspetto, come ad esempio il
sistema di classificazione in famiglie messo a punto nell’800 da Diel e Lucas.
La strutturazione del testo in capitoli è nostra.
Antichità
Tutti sanno che i primi a tramandarci nozioni sui frutti furono i greci, Teofrasto,
Teocrito, Dioscoride e Gallieno ci hanno lasciato memorie intorno alla frutticoltura
dei loro tempi; Draco e Solone hanno promulgate leggi a tutela dei giardini e dei
frutteti; Omero e con lui altri poeti, sciolsero canti immortali a Cerere ed a Pomona.
Tutti sanno che i Romani, conquistato l’Oriente, portarono nel Lazio le pesche saporite
della Persia, le albicocche che essi avean preso all’Armenia, le avellane raccolte
ad Eraclea città del Ponto, le ciliegie che Lucullo nella guerra contro Mitridate,
avea trovate a Cerasonte.
Tutti possono consultare le opere di Catone, Microbio, Marrone, Columella e Plinio
e di non pochi altri geoponici degli antichi tempi per vedervi annotate le lodi
delle frutta che oggi compaiono sulle nostre mense e riscontrare che quegli scrittori,
precorrendo i responsi delle scienze che ben più tardi all’agricoltura si sono sposate,
conoscevano fin d’allora buone norme per la coltivazione degli ortaggi, dei frutti
e, perfino delle piante d’ornamento.
Se io volessi seguire il cammino che ha fatto la frutticoltura dall’evo antico ai
tempi nostri e passo passo condurre il cortese lettore attraverso le vicende dei
secoli, probabilmente sarei più imbrogliato di Panurgo, ond’è che credo bastevole
lasciando a parte la storia della frutticoltura di dare uno sguardo rapidissimo
alle vicende della pomologia, scienza de’ tempi nostri, alla quale hanno portato
il loro contributo e modesti abati dalla quiete del loro orticello e grandi accademici
dagli splendidi giardini della città di Parigi.
Dal Medio evo al ‘700
Nel medio evo i rinomati pomari romani dei colli Laziali, di Tivoli, di Nomento,
di Crustumenio, di Signia e di Faleno, i frutti squisiti che venivano portati a
Roma da Napoli, da Ameria, dal Piceno erano già dimenticati ed i frati nei loro
conventi erano rimasti i soli cultori delle piante da frutto, ed i soli pomologi
che su di esse facessero studi di un qualche valore.
Sono infatti famosi nella storia i frati certosini dell’ordine di S.Bruno che nel
1736 hanno pubblicato un catalogo di piante da frutto, del quale fu fatta un’edizione
tedesca nel 1774, poi un’altra francese nel 1775, poi un’altra ancora nel 1785;
essi possedevano dei milioni di piante e, per quanto ne fa sapere Calvel, dalle
loro pepinières guadagnavano annualmente da 24 a 30.000 franchi.
Francia
Ai monaci francesi, dice il Gaucher, noi andiamo debitori dei primi ammaestramenti
intorno alla maniera di foggiare le piante da frutto; essi ci mostrarono come differisca
la produttività delle piante su vari soggetti innestate; essi produssero e diffusero
tante buone varietà ancor oggi meritamente stimate.
Già nel medio evo la Francia, oltre a questi frati, ha la gloria di contare non
pochi scrittori che si interessarono di pomologia e che vengono ben di spesso citati
anche da contemporanei come sono Charles Estienne, Deléschamps, Olivier de Serres,
Le Lectier, de Bonnefonds, Bauhin e Mollet. La nostra vicina poi ha avuti anche
due re che andavano a potare le piante da frutto nei loro giardini: Luigi XIII e
Luigi XV.
Quasi contemporaneo agli autori di cose agrarie sunnominati, ma cogli intendimenti
del vero omologo, Jean Merlet pubblica nel 1667 il suo Abregé des bons fruits che,
lui vivente, ebbe l’onore di 3 edizioni, Da questo lavoro appare che la Francia
in quell’epoca possedeva poco più di 187 varietà di pere, 51 di mele, 69 di prugne,
49 di pesche, 15 di ciliegie, 19 di fichi e ben poche altre varietà delle più comuni
specie di frutta.
Più tardi troviamo La Quintine, Duhamel du Monceau e Le Berryais, tre scrittori
le cui opere sono ancor oggi consultate con profitto, ma che su per giù con molte
aggiunte ripetono l’opera accurata e paziente di Merlet.
La Quintine nato a Chabarais nel 1628 morì a Versalles nel 1688, da educatore dei
figli del Sig. Tamboneau divenne direttore e costruttore di giardini, lui che mise
in uso la serpette e che pel primo diede ottimi precetti per il trapianto degli
alberi da frutto, lui che, sopraintendente degli orti e giardini del Re, all’epoca
di Luigi XIV, in soli 35 anni, creo il parco di Versailles e più tardi i giardini
di Chantilly per il principe di Condé, quello di Vaux per Fauquet, di Sceaux per
Colbert, di Rambonillet per il duca di Montausier. Al figlio di lui era riservato
l’onore di pubblicare le sue Instructions pour les jardins fruitiers, che videro
la luce per la prima volta nel 1690, ma che furono ristampate poi nel 1695, nel
1715, nel 1730 e nel 1758.
Questo suo lavoro nel quale sono descritte 67 varietà di peri, 23 di meli, 30 di
peschi, 13 di fichi, 6 di ciliegi, 6 di susini, 5 di viti e 3 d’albicocchi non è
altro che il risultato dell’opera accurata di selezione alla quale egli ha dovuto
accudire per l’impianto dei frutteti del Re: ed egli che aveva tanto lavorato nei
terreni umidi e freddi di Versailles, non poteva a meno di suggerire se non quelle
varietà che prosperavano in quei terreni.
La sua opera ricca di erudizione e di buoni consigli ha anche il pregio di enumerare
le varietà buone e cattive che egli conosceva. Cosi ad esempio per le pere, di circa
220 a 240 varietà citate, egli ne consiglia 73 per l'impianto e le altre le annovera
o nella lista dei peri mediocri, o in quella dei cattivi, o in quella dei così cattivi
da non essere consigliabili ad alcuno, o in quella dei peri «dont il ne fait pas
assez de cas pour les planter, ny assez de mépris pour les bannir des jardins».
Duhamel du Monceau nato a Parigi nel 1700 e morto il 22 luglio del 1782, fu membro
dell'accademia delle scienze di Parigi e di molte altre accademie fra le quali v'e
anche quella di Padova. Egli fu non solamente ispettore generale della marina francese,
ma fu anche botanico ed agronomo distinto ed infaticato scrittore di bellissime
opere che egli dettava in mezzo alla quiete dei suoi possessi o nella sua villa
a Pithiviers.
Di lui abbiamo parecchi scritti agricoli e marinareschi e il Traité des arbres fruitiers
nel quale sono descritte 119 varietà di peri, 48 di susini, 43 di peschi, 41 di
meli, 34 di ciliegi, 14 di viti, 11 di albicocchi, 9 di mandorli, 4 di fichi e pochi
altri frutti di minore importanza annotati con cura e figurati come lo permetteva
l’arte della stampa di quei tempi. Duhamel non dice che poche cose nuove, non registra
che qualche raro sinonimo e qualche rarissimo cenno storico, ma in compenso la descrizione
che egli dà del frutto e della pianta è scrupolosamente esatta, anzi troppo esatta,
perchè volendo determinare in pollici o linee le dimensioni di frutti e delle foglie
egli dimentico — glielo osserva Leroy — «que la nature si capricieuse a l'endroit
de la végétation, fausse annuellement l'exatitude de semblables indications».
Le Berryais René, fu un buon abate che visse ad Avranches dedicandosi agli studi
di botanica, di agricoltura e di pomologia, fu scrittore elegante ed amico carissimo
a molti uomini illustri de’ suoi tempi. Egli pubblicò nel 1785 il Traité des Jardins,
ou Le nouveau de la Quintinye, nella quale opera si trovano descritte 281 varietà
di frutti e cioè 91 peri, 45 ciliegi, 39 meli, 33 peschi, 25 susini, 11 viti, 9
albicocchi, 5 mandorli ecc. ecc.
Per vero questo lavoro che non è, come lo farebbe credere il suo titolo, una nuova
edizione dell’opera di Quintinye, ma bensì uno studio serio e ben ordinato intorno
a tutto quanto si riferisce ai giardini, mostra nell’autore una competenza in materia
non comune a quei tempi.
Leroy lamenta che Le Berryais non ci abbia lasciata una vera pomona ed abbia descritto
un numero assai piccolo di frutti già conosciuti, di cui solo, una diecina di ciliegi
potevan dirsi una novità; però nota come egli abbia rilevati molti errori commessi
dai suo predecessori ed anche da qualcuno dei suoi contemporanei.
Inizio ‘800
Belgio
Nel nostro secolo il numero delle varietà di frutta si accresce grandemente quando
il belga J. B. Van Mons, che visse dal 1765 al 1842, comincia a produrne di nuove
col suo metodo della semina successiva. Egli, che nel 1823 avea già 80000 piante
così ottenute, pubblica un catalogo nel quale sono segnate nientemeno che 1050 varietà
di sole pere.
Quantunque altri, ancor prima di lui, colla semina, abbiano prodotte preziosissime
varietà, pure spetta a Van Mons la gloria di aver dato alla pomologia del Belgio
un impulso grandissimo, ed è per lui anche un merito l'avere mandato ai più stimati
pomologi di Francia e di Germania una quantità assai grande di marze da innesto,
preparando così stupende collezioni che furono illustrate più tardi da classici
lavori di pomologia.
Non a torto Gilbert dice che Bivort fu il creatore della pomologia scientifica nel
Belgio, ma giova non dimenticare che questo insigne scrittore ha lavorato quasi
esclusivamente con materiali che lo stesso Van Mons gli avea preparati dopo mezzo
secolo di lavoro nella sua pépinière di Louvain, per cui è mestieri riconoscere
che Van Mons e gli imitatori suoi sono i veri creatori della pomologia belga cui
presto o tardi si sarebbe applicato l'ordinamento scientifico come ebbe agio di
applicarvelo il Bivort.
Francia
In sul principio del nostro secolo il botanico francese Loiseleur-Deslonchamps Giovanni
Luigi Augusto, nato a Dreux nel 1775 e morto a Parigi nel 1849, pubblica l’opera
intitolata Nouveau Duhamel (1812-1819) ed altre parecchie, per cui è fatto membro
dell’istituto; poi è degno di nota Luigi Noisette, celebre vivaista che aveva visitato
l’Inghilterra, l’Olanda, il Belgio, e che per accrescere le sue collezioni avea
pure spigolato in Italia e persino in America.
Noisette conosce anche personalmente il prof. Van Mons e mercè sua accumula ricco
materiale per compilare la opera Le jardin fruitier lavoro pregiatissimo col quale
egli contribuisce a far nascere in Francia il gusto per gli studi pomologici.
Questo autore descrive e figura 238 varietà di pere, delle quali circa metà non
furono descritte prima di lui; poi vi aggiunge 89 varietà di meli, 76 di prugne,
63 di peschi, 30 di fragole, 54 di ciliegi, 19 di albicocchi ed altre di minor importanza
non dimenticando perfino 12 varietà di ananas. Intanto, anche nel Belgio si incominciano
a studiare le varietà ottenute dal celebre seminatore di Louvain, e, nel 1847, Alessandro
Bivot pubblica il suo Album de pomologie; lo stesso autore si unisce poi nel 1853
a Royer, Hennaut, D’Avoine, Gailly, De Bavay ed altri per dar principio agli Annales
de pomologie belge et étrangere, che costituiscono la pomologia classica del paese
che ha segnato le pagine più belle nella storia della pomologia.
Un anno prima che Noisette pubblicasse la seconda edizione del suo lavoro, cioè
nel 1838, Antonio Poiteau stampa la sua Pomologie française, opera di quattro volumi
in folio, ricca di splendide tavole colorate.
Poiteau è un botanico educato nel museo di storia naturale a Parigi, che, da garzone
ortolano passa alla cattedra, che gira l'America due volte in cerca di nuove piante,
che diventa poi successivamente giardiniere-capo del castello di Fontainebleau,
poi del giardino della scuola di medicina ed in fine del giardino del museo. È uno
scrittore fecondo quant’altri mai: egli si accinge a comporre l'opera di cui sopra
è parola nell'età di 79 anni, e quantunque non descriva che solo 397 varietà di
frutta, pure egli segna fra queste 96 varietà non ancora menzionate da altri.
Poiteau moriva nel 1854 nell'età di 90 anni, lasciando imperituro ricordo di sapiente
e lunga attività.
Germania
In tempi non molto lontani, se dalla Francia passiamo in Germania vi troviamo il
medico Augusto Federico Adriano Diel, nato a Guadenbach il 3 febbraio 1756, e morto
il 22 Aprile 1839 a Ems, il quale, pur esercitando l’arte salutare, trovò modo di
dotare la sua patria di una pomona classica, nella quale non sai se ammirare più
il paziente descrittore di frutta o l’infaticato collezionista.
A lui quasi contemporanei la Germania conta altri pomologi: Hirschfeld, nato nell’Holstein
nel 1742 e morto a Kiel nel 1792, che indusse Cristiano VII a fondare la Scuola
di frutticoltura a Düsternbrook e pubblicò una lunga serie di opere di orticoltura,
frutticoltura e giardinaggio; Salzmann nato nel 1730 e morto a Potsdam nel 1801,
che dopo d'aver viaggiato quasi tutta l’Europa facendo il giardiniere, dopo di essere
stato commissario nell'armata prussiana durante la guerra di sette anni, fu fatto
giardiniere di corte dal Re di Prussica Federico II e stampò nel 1774 una bella
pomona; il curato Kronberg Christ, morto nel 1813, fecondissimo scrittore; il parroco
di Kleinfahner in Turingia Giovanni Valentino Sickler, compilatore dell'opera famosa
Deutschen Obstgärtner di 22 volumi, morto a 80 anni nel 1820; Liegel farmacista
di Braunau sull'Inn morto nel 1861; poi altri, ancora come Aehrenthal, Dittrich,
Carlowitz, il Barone Von Biendenfeld, Dochnal, Fintelman, Manger, Mayer ed i due
preti Urbaneck e Schmidberger decano del duomo di Landsberg.
Inghilterra
Pure l’Inghilterra tanto bersagliata dagli aquiloni e tanto affumicata dalle sue
macchine a vapore ha i suoi pomologi; essa annovera Miller, nato nel 1691 e morto
a Chelsea nel 1771, famoso botanico, membro della società reale di Londra e scrittore
di opere che furono riportate in più lingue come il Gardener’s Dictionary; poi Langley,
Forsyth, Hooker. Da ultimo per non dilungarmi oltre misura noto solo Albercromby
nato a Edimburgo nella Scozia nel 1726 e morto nel 1806, ed Herman Knoop nell’Olanda
a lui contemporaneo, i quali compiono la bella corona di pomologi che dal Nord irradiano
la fama delle loro fatiche e dei loro studi sin dove i pregiudizi, le antiche costumanze
e non poca apatia mantenevano ancora a tempi nostri nella più crassa ignoranza buona
parte dei frutticoltori.
Italia
Anche l’Italia ha la sua piccola pagina di storia pomologica da aggiungere a quella
delle altre nazioni.
A vero dire, qualora si tolgano le poche nozioni sui frutti lasciateci dai geoponici
antichi, e quelle che ci trasmise il Gallo nelle sue venti giornate d'agricoltura,
il Porta nel Villae XII, il Cuppani nel suo Hortus Catholicus, e l’Aldovrandi nella
sua Dendrologia, non ci restano che brevi scritti dimenticati in qualche biblioteca
come quelli nei quali il Micheli (1670-1723) illustra varietà di frutta che venivano
servile alla tavola del Granduca di Toscana Cosimo e che furono dipinte nei quadri
della R. Villa di Castello.
Targioni Tozzetti nel suo dizionario non dà che i nomi di frutti che si conoscevano
ai suoi tempi, ma dopo di lui troviamo subito la grande figura del padre della nostra
pomologia del Conte Giorgio Gallesio di Finale-marina, morto nel 1839.
Di questo uomo che fu scrittore accurato e coscienzioso si sa ben poco ma documento
della sua attività rimane la Pomona italiana, opera classica, la quale trova il
suo posto onorevole fra quelle pubblicate da altri suoi contemporanei d’oltre Alpe.
Essa consta di quattro grossi volumi in folio adorni di splendide incisioni colorate.
Vi sono descritti con molta chiarezza, ma con poco ordine scientifico: 6 albicocchi,
8 meli, 9 ciliegi, 10 susini, 22 peri, 21 fichi, 57 peschi, 26 uve, 2 mandorli,
1 castagno, e carrubo, 1 olivo, 2 pistacchi, ed 1 palma lattifera.
Gallesio ha il merito grande di essere stato il primo a darci una Pomona, e il suo
lavoro, se teniamo conto dei tempi in cui fu scritto, può dirsi completo per quanto
si riferisce ai peschi ed ai fichi, mancante assai nella parte che si riferisce
agli altri frutti. Trasparisce da esso la grande passione per gli studi pomologici
che avea l’autore, uno spirito di osservazione acuto, fine e sorretto da molta esperienza
ma vi si scorge non poca incertezza nella nomenclatura tecnica delle parti del frutto,
pochi confronti e non sempre giusti colle varietà di altri paesi.
Gallesio voleva dare le descrizioni dei frutti di origine italiana o che almeno
da tempo immemorabile si conoscevano fra noi, ed egli vi è riuscito in buona parte,
ma non completamente.
Se di certi peri, meli, ciliegi, albicocchi, che pur si dovevano conoscere ai suoi
tempi, egli non parla, sembrerebbe che la giustificazione fosse inclusa nelle seguenti
righe: « Aveva visitata la Francia e la Spagna qualche parte dell'Allemagna, aveva
avuto il comodo e la pazienza di raccogliere una gran parte di quelle varietà e
di coltivarle per molti anni nella mia villa sperimentale, unitamente a quelle della
Liguria e di altri paesi italiani, e mi convinsi che le varietà non sono che fisionomie
individuali figlie del seme impossibili ad ottenersi dall'arte, e che bisognava
fare una scelta onde formare una pomona utile e ragionata. A questo scopo ho intrapreso
anche il giro d'Italia, nè ho lasciato passare un anno senza in ogni stagione visitarne
qualche parte. »
« La collezione di tutti i frutti - egli dice in altro luogo - è uno di quei sogni
che hanno ingannato molti agronomi illustri, ma che oramai dovrebbero essere dissipati.
Sarebbe la stessa cosa che voler fare il ritratto di tutti gli uomini esistenti.
Nessuno oserebbe intraprendere un progetto così strano, ed ognuno si contenterebbe
di conoscere le fisionomie degli uomini grandi che hanno reso dei servigi all’umanità.
»
E qui cade acconcia l'osservazione che gli muove il Zasso d' aver posto fra le migliori
frutta quelle che per vero non lo sono.
Ma forse la ragione per la quale egli non ha ultimato il suo lavoro è quella d’essersi
trovato a corto di mezzi pecuniari e di materiale di studio.
Abbenchè Gallesio fosse conte e, come umoristicamente scriveva il prof. Bizzozzero,
abbisognasse l’essere conti per pubblicare un’opera di quella mole, non credo senza
fondamento l’idea che ho sopra esposto, tanto più che esempi di pomone lasciate
a mezzo non mancano di certo.
Facciamo grazia al lettore dell’enumerazione di questi insuccessi perché ne avrei
da contare parecchi in Francia, nel Belgio, in Germania e più d’uno in Italia dove,
se l’apatia predominante non scomparisce, simili iniziative subiranno sempre così
miserabile destino.
Dopo Gallesio nessun altro da noi ha pubblicato opere di pomologia; pare anzi che
tutti coloro che pur avrebbero potuto dedicarsi a questo lavoro abbiano avuto paura
della fama luminosa di lui, e, rincantucciati entro il gabbano abbiano atteso che
altri si buttassero al cimento per vederne la riuscita.
Ma intanto in altri paesi non si sedea in panciolle, che anzi si lavorava con maggior
lena del passato. In Francia: Leroy, Mas, Decaisne, Thomas, Villermoz, Baltet, e
Carrière; in Germania: Lucas, Oberdieck, Jahn, Flotow e Lauche; in Austria: Stoll,
Mader, Franck, Göthe, Babo e il Conte Attems; nella Svizzera i membri del Verein;
nel Belgio: Van Hulle, Burvenich, Bavay, Buisseret, Gillikens, Pinaert; in Inghilterra
e negli Stati Uniti d'America: Lyndley, Royers, Hogg, Downing, Hovey, Thomas Rivers,
Thompson, Witte, Lebl, Pwilder, Waldeck, pubblicavano opere meravigliose e che lasciarono
addietro di gran lunga quelle degli scrittori che li precedettero.
Fine ‘800
Intorno alla odierna letteratura pomologica vi sarebbe a scrivere un volume assai
interessante e non meno istruttivo, onde, se il parlarne non fosse per me improbum
onus camelorum e se la tirannia dello spazio concesso a questa prefazione non me
lo vietasse, converrebbe che anch'io dicessi non poco intorno a questo argomento.
Fino ad un certo tempo il mio silenzio trova una scusa anche perché il paragone
che potrei fare fra le maggiori e più recenti opere di pomologia straniere con i
pochi e non sempre ben fatti libretti di frutticoltura pubblicati da noi – nei quali
si trova qualche raro accenno alla parte pomologica – sarebbe oltremodo sconfortante,
mentre ora più che mai giova infondere un po’ di coraggio a chi ha buona volontà
di fare.
Fra i progressi raggiunti dai pomologi nei loro scritti in questi ultimi
tempi si notano principalmente l'uso della tassonomia pomologica, dalla quale si
trarranno certo insperati vantaggi appena divenga famigliare agli studiosi, poi
l'esame accurato di certi caratteri dei frutti, che una volta venivano trascurati,
poi una buona e talvolta ottima rappresentazione grafica del frutto e da ultimo
la grande cura colla quale si annotano le notizie riferentesi alla letteratura ed
alla sinonimia di ciascuna varietà.
Per questo non temo di affermare che se con
attività costante noi italiani lavoreremo sia a riordinare la sinonimia sia a diffondere
la tassonomia pomologica, noi giungeremo a spianare la via a tutti coloro che oggi
si sono arrestati nello studio della frutta per le grandi difficoltà che hanno incontrate.
Belgio
Abbiamo visto che Van Mons - per il numero assai grande di varietà che uscirono
dal suo stabilimento - fu si può dire il creatore, di una nuova pomologia, ma prima
di lui l'abate Nicola Hardenpont di Mons nato 1705 e morto nel 1774 aveva avuto
pure da seme, altre varietà pregievolissime quali il Delices d'Hardenpont (1759)
il Beurré d'Hardenpont (1759) il Beurre rance (1762) e Delices d'Hardenpont (1759).
Sono queste quattro pere squisitissime che a detta di Buisseret non furono poi superate
in bontà da alcun altro frutto.
A Van Mons susseguivano Alessandro Bivort, morto
nel 1872 ed il Maggiore Esperen, morto nel 1847. Il Belgio conta ancora una schiera
lunga di altri seminatori fra i quali si distinsero Fontaine de Ghélin, Capiaumont,
Devergniers, l'abate Duquesne e Liart di Mons, poi Berckmans, Bouvier, Bouzin, il
conte di Coloma, 'Vincent, D'Avoine, de Jonghe, De Raisme, Dubuisson, Dumont, Barthelemy
Du Mortier, Durondeau, Everard, Nélis, Parmantier, Six e Sterckmans. Poi si aggiunga
Xavier Grégoire nato a Opprebias nel Brabante il 17 Aprile 1802 e morto il 21 Dicembre
1887 che dopo il suo paziente lavoro, non meno, fortunato che perseverante, si è
acquistato meritamente una fama quasi eguale a quella di Van Mons.
Francia
In Francia sono
celebri seminatori: Leclerc, Sageret Goubault, Briffault, Boisbunel, Leroy, Thomas,
Baltet e il Comice horticole de Maine et Loire e, specialmente per le uve da tavola,
i Signori Malingre, Courtille Jacques, Vibert, Moreau-Robert, Besson e per quelle
da vino Bouschet de Bernard padre e figlio.
Dalla semina successiva si è passati
alla ibridazione e conseguente semina del prodotto ibridato; cioè da una pratica
che avea molto dell’empirico e che dava innumerevoli fallanze si è giunti ad altra
che non potrebbe essere più razionale e che dà ottimi risultamenti. Così senza salti,
un po’ per volta, passando di ibridazione in ibridazione dove arriveremo?
Oggi sul
mercato di Parigi si noleggiano le Belle Angevine per adornare le mense come si
noleggia un bel cavallo per una passeggiata sui Boulevards, tanto quelle pere son
grosse, ben formate, colorite, tanto richiamano l’attenzione di chi le vede e le
ammira. Potremmo noi coll’ibridazione ottenerne altre migliori? Potremo noi far
variare senza fine la fisionomia della specie? Quali saranno le leggi cui natura
ubbidisce per darci le nuove varietà. Ecco degli argomenti di studio non senza importanza
anche per noi italiani.
Associazioni
Non solamente l'opera dei singoli privati ha fatto progredire
la pomologia, ma nell'ultimo mezzo suolo vi concorse anche quella delle associazioni.
Germania
La Germania conta il suo Deutsche pomologen Vercin ossia Società pomologica tedesca,
fondata nel 1860 e riorganizzata nel 1874. Nel 1877 essa annoverava 725 soci, fra
i quali oltre a cento società minori. Di queste la sola Società frutticola di Sassonia
suddivisa in 24 sezioni provinciali, contava 2.164 soci.
È merito di questa società
se dopo una lunga serie di prove è popolare in Germania una lista dei migliori frutti
adatti alle sue varie contrade ed è per merito della medesima se furono pubblicate
stupende opere di pomologia come: l’Illustrirtes Handbuch di Lucas, Oberdieck, Jahn,
la Deutsche Pomologie di Lauche ed ora altro lavoro intitolalo Deutschlands Apfelsorten
di Engelbrecht, senza notare di altre opere minori.
È merito suo se i pomologi tedeschi
si riunirono a congresso la prima volta in Naumburg nel 1853; la seconda in Gotha
nel 1857, la terza in Berlino nel 1860, la quarta in Görlitz nel 1863, poi in Trier
nel 1874, in Potsdam nel 1877 e per la 12ª volta a Stoccarda nel Settembre del 1889.
Altre nazioni
L'Austria e la Svizzera hanno pure il loro Verem e l'Inghilterra secondo il giornale
Year-Book nel 1889 aveva 268 società di orticoltura e di botanica, di queste 11
erano consacrate alle rose, 48 ai crisantemi e le altre all'orticoltura in genere;
essa può gloriasi d'avere ancora una società centrale orto-pomologica, della quale
Roberto Hogg fu per lungo tempo segretario ed ora è benemerito ed amatissimo vice-presidente.
Francia
La Francia conta il Congresso Pomologico fondato nel 1856 dalla società di orticoltura
pratica di Lione, la quale in detto anno avea riunite a congresso tutte le società
orticole e tutti i pomologi di Francia.
«Il Congresso - dice il Cav. Zasso - è una
vera Associazione: ha la sua presidenza stabile, la sede dell’associazione è Lione.
L’assemblea si riunisce ogni anno nella città che sopra domande delle società locali,
viene designata dall’assemblea stessa nella precedente riunione. Ha lo scopo di
studiare i frutti di tutta la Francia per fissarne la nomenclatura determinarne
il merito relativo e far conoscere il modo di coltura che deve esser loro applicato.
Le varie sedute che tenne il Congresso a Lione, Parigi, Bordeaux, Orleans, Montpellier,
Rouen, Nantes, Dijon, Melun, ecc. dimostrarono di quanta importanza possano essere
per la Pomologia queste assemblee periodiche ove si riuniscono, oltre ai pratici,
gli uomini più eminenti e specialisti della materia. La stabilità della sua sede
è utile per i lavori ordinari, le riunioni cosmopolite sono più atte a diffondere
l’utile insegnamento ed all’acquisto di quelle cognizioni locali, che costituiscono
la parte pratica di ogni pomologia. Durante le sessioni vengono presentate agli,
studi del congresso collezioni di frutti locali e quelle inviate dalle varie Società
degli altri Dipartimenti ed i frutti nuovi. Queste collezioni, sempre numerose,
offrono anche modo di valutare mediante confronto dei frutti della stessa varietà,
lo stato della coltura nelle varie regioni. Il Congresso interroga l'esperienza
de’ suoi membri, consulta le società locali mediante questionari relativi agli oggetti
da trattarsi nelle prossime riunioni; perciò la sua opera ha un carattere collettivo
importantissimo. Egli è a questa associazione che la Francia deve la sua « Pomologia
de la France » ossia la descrizione di tutti i frutti coltivati in Francia, ammessi
dal Congresso, opera stupenda pubblicata col concorso delle Società di Agricoltura
ed Orticoltura francesi. »
Non si può tener parola del Congresso francese senza
ricordare il prof. Carlo Fortunato Willermoz, morto nell'età di 76 anni, l'11 Ottobre
del 1879 a Champagne, perché egli non ha solo il merito di esserne stato uno dei
fondatori e poi un vice-presidente zelante ed assai stimato, ma perché fu uno dei
più solerti e scrupolosi collaboratori dei primi otto volumi della Pomologie de
la France.
Di quest’uomo rimangono pregevoli scritti quali sono le « Instructions
horticoles le Conferences horticoles ecc. » e rimangono ancora gli scolari di un
tanto maestro usciti dalle scuole di Ecully e Villafranca, dove egli fu per lungo
tempo insegnante.
America
Dalla Francia passiamo in America. Nel 1827 la Compagnia della
baja d'Hudson vi portò dall'Europa la prima pianta di pomo che diede origine agli
importanti pomari della costa occidentale degli Stati Uniti, pomari che rivaleggiano
anzi superano quelli della Normandia e dell'Inghilterra e che ormai danno tali prodotti
da far seria concorrenza ai nostri sulle piazze europee.
Questo pomo che esisteva ancora nel 1833 in una proprietà dello stato presso Vancouver,
era senza dubbio un capostipite illustre e che meritava di essere conservato in
un museo come la prima pianta di acacia portata da Jean Robin in Europa nel 1601,
ed ora custodita quale prezioso ricordo nel Museo di storia naturale a Parigi.
In questa terra feconda lo estendersi della coltura delle piante da frutto ha fatto
nascere la necessità di istituire delle società pomologiche. E queste sorsero prontamente,
e più potenti, e meglio organizzate di quelle europee. L’American pomological Society
che ha sede in Boston ne è uno splendido esempio, al quale si inspirano più di 2.000
altre società che attendono allo sviluppo della frutticoltura.
Belgio
Nel Belgio esistono parecchie società orticole piene di attività. Fino dal 1850
venne fondata la Commissione Reale pomologia che intraprese la pubblicazione degli
Annales, e quando questa cessò i suoi lavori, sorse il Cercle d'arboriculture de
Belgique che venne definitivamente costituito il 23 ottobre 1864.
Nella seduta del 25 dicembre 1865, il suo presidente Sig. Vanden Hecke de Lembeke
emise l'idea di continuare gli Annales, e da quell'epoca sino al principio di quest'anno,
nel Bulletin d'arboriculture organo della società, furono descritti 315 frutti,
così ripartiti: 122 peri, 37 pomi, 65 fragole, 21 peschi, 18 uve, 18 ciliegi, 10
prugne, 17 ribes, 3 pesche liscie a polpa aderente 2 lamponi, 1 nespolo ed 1 albicocco.
Questo importante giornale viene pubblicato fino dal 1872 in lingua francese e fiamminga
(prima di quest'epoca usciva soltanto in francese): esso è redatto dai professori
della scuola di Gand Fr. Burvenich, Ed. Pynaert, Em. Rodigas e H. J. Van Hulle,
dei quali la fama è ben nota.
Il circolo ha tenuto a Gand 10 esposizioni pomologiche ed ebbe le più belle onorificenze
nei concorsi di Lilla, Bordeaux, Vienna, Bruxelles, Anversa e Parigi.